…
il brutto anatroccolo … alzi la mano chi
non si è sentito, almeno per un attimo
della propria vita come il goffo palmipede della
novella di Andersen.
Ebbene in questa nostra civiltà dell’immagine
(e troppo poco – ahimè –
della sostanza) che celebra la bellezza (pseudo)
e il genio (pseudo) a tutti costi e non tollera
neanche l’acne juvenilis – per non
parlare della forfora!!! – e schiaccia
chiunque non primeggi, io so, per esperienze
quotidiane, che un bambino continuamente costretto
a rapportarsi a un mondo così fatuo,
troppo spesso si sente, consciamente o no, un
povero brutto anatroccolo, rifiutato e deriso
quando non abbandonato.
E allora … allora c’è bisogna
di credere in una metamorfosi, in un cambiamento
totale che restituisca una persuasione alla
vita, una voglia di combattere e conquistarsi
una felicità che resista e che investa
anche gli altri che amiamo.
E allora … questa messa in scena a partire
da Andersen è un invito a riflettere
sugli affetti veri che fanno la vita bella e
degna di essere vissuta, su quanto sia importante
stringere i denti e lottare per essi …
e insieme è un segnale di solidarietà
a tutti i brutti anatroccoli del mondo, me compresa
… ma lo spettacolo, s’intende, è
ancora altro …
Maria Cristina Giambruno