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“…I concetti
della fisica sono libere creazioni dello spirito
umano,
e non sono, nonostante le apparenze,
determinati unicamente dal mondo esterno…”
Albert Einstein
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L’ipotesi
di un approccio al teatro fondato su metodi e
concetti delle discipline scientifiche è
stato respinto per molto tempo, come se potesse
attentare all’integrità artistica
dello stesso.
L’oggettiva presa di possesso dello spazio
teatrale e i suoi differenti modi di utilizzazione,
l’analisi del rapporto col corpo - gestuale,
mimico, posizione, ecc. -, e del rapporto verso
l’altro - compagni di lavoro, pubblico -
possono essere trascritti in immagini da cui potrebbero
scaturire sia delle classi di insieme che dei
variogrammi. Gli studiosi di teatro non ci sono
ancora arrivati e i matematici interessati a queste
tecniche non se ne sono mai occupati.
La collaborazione tra fisici, matematici e musicisti
ha, invece, un ricco passato, a partire dall’esperimento
di Isaac Newton (1642-1727), considerato il padre
della fisica moderna e definito il primo scienziato
e l’ultimo alchimista, che nel 1676 dimostrò,
servendosi di un prisma triangolare, come la luce
bianca del sole poteva essere scomposta nei colori
dello spettro.
Da successivi studi si capì che i colori
nascono da onde luminose, che sono un tipo particolare
di radiazioni elettromagnetiche. Con i nostri
occhi possiamo percepire solo le onde comprese
tra i 400 e i 700 millimicron. Il rapporto di
frequenza tra il colore rosso e il colore viola
(sono gli estremi dei colori dello spettro risultanti
dalla scomposizione di un raggio di luce che attraversa
un prisma triangolare) è di circa 1:2,
e cioè lo stesso dell’ottava musicale.
Lo spettro comprende sette colori (rosso, arancio,
giallo, verde, blu, indaco e viola): sette colori,
sette note musicali. Armonia del colore, accordi
cromatici, spazialità del colore, composizione
sono termini che legano fortemente il concetto
di colore (luce) con quello di musica (suono).
E l’immagine non può essere forse
ipotizzata come risultante dalla sommatoria dei
concetti contenuti nel colore e nel suono?
…Colore è vita, poiché
un mondo senza colori sarebbe un mondo senza
vita. I colori sono idee primordiali, generate
dall’incolore luce originaria e dal suo
contrario, l’oscurità… La
parola e il suono, la forma e il suo colore
sono manifestazioni di un aldilà, che
ci è dato presentire guardando e ascoltando.
Come il suono dà un vivo senso di colore
alla parola pronunziata, il colore dona alla
forma una musicalità intensamente spiritualizzata…
Johannes Itten
Il teatro e la sua rappresentazione, sia del
reale che dell’irreale, del sogno e della
fantasia utilizza modi e strumenti che gli sono
propri: la parola, il suono, l’immagine,
lo spazio, il movimento per il tramite dell’attore,
così come la scienza, studio delle conoscenze
di una enorme quantità di fenomeni utilizza
metodologie legate alla ricerca e alla sperimentazione.
Sia il teatro che la scienza possono avere percorsi
comuni volti alla continua sperimentazione di
metodi loro connessi.
Circa la scientificità del metodo per
ciò che concerne il teatro, tentandone
una sistematica , possiamo evidenziare tre punti
fondamentali:
- un approccio intellettuale e culturale relativo
alla creazione, allo studio e alla
rappresentazione di un’opera drammaturgica
(legata a problematiche inerenti la scienza);
alcuni esempi possono essere reperiti in Marlowe,
Shakespeare, Brecht, Dürrenmatt,
Kipphardt;
- lo studio metodologico relativo al lavoro
teatrale (il corpo dell’attore e il suo
allenamento psico-fisico); vedi gli studi di
Stanislavsky, Craig, Mejerchold, Grotowsky,
ecc.;
- lo studio dello spazio teatrale sia per ciò
che riguarda la messinscena che l’edificio
teatrale; leggi i testi del Teatro del Bauhaus
e di Peter Brook, Grotowsky, ecc…
Negli ultimi drammi di Shakespeare l’atmosfera
magica si fa intensa e appare connessa alle
grandi tradizioni della magia rinascimentale:
magia come presagio della scienza. Pensando
al personaggio di Prospero (“La Tempesta”,
1611) - come fa notare Frances A. Yates - è
inevitabile ricordare John Dee, grande mago
e matematico che senza dubbio Shakespeare dovette
conoscere. Questi studiò il numero come
tecnologia e scienza applicata, scienza definibile
di tipo “rosacrociano”, ovvero situata
in uno stadio intermedio nella storia della
tradizione magico-scientifica tra Rinascimento
e XVII secolo. La figura di Prospero rappresenta
proprio questo stadio rosacrociano: nel dramma
lo vediamo come evocatore di spiriti, ma doveva
pur comprendere anche la matematica, che si
veniva sviluppando in scienza, e in particolare
la scienza della navigazione. (Prospero scienziato
è anche il riformatore morale, teso a
liberare il mondo della sua isola da influenze
maligne…)
Marlowe, contemporaneo di Shakespeare, prendendo
spunto dai Volksbüch (1587) - così
come farà anche Goethe, che non trascurò
la tradizione dei Puppenspiel - indaga sul mito
di Faust, sulla dialettica fra soggetto e oggetto.
Faust tragedia della conoscenza, Faust archetipo
dell’umanità assetata di sapere.
Il Galileo di Brecht (“Vita di Galileo”,
1943) è un eroe negativo, ma pur sempre
un eroe. Il fisico può agire in modo
esemplare, quindi deve farlo. E’ importante
che egli si alzi e dica no. Il rifiuto dell’abiura
oppure il rifiuto dei fisici di asservire le
loro ricerche per la distruzione dell’umanità
è giusto, quindi necessario. Nella sua
autocritica, Galileo afferma: “…Io
credo che la scienza possa proporsi altro scopo
che quello di alleviare la fatica dell’esistenza
umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono
all’intimidazione dei potenti egoisti
e si limitano ad accumulare sapere per sapere,
la scienza può rimanere fiaccata per
sempre, ed ogni nuova macchina non sarà
fonte che di nuovi triboli per l’uomo…”.
Nelle note del dramma brechtiano si trova un
accenno alla condizione di taluni fisici americani
- soprattutto Robert Oppenheimer - vi si colgono
i germi della argomentazione “…grandi
fisici si affrettarono ad abbandonare il servizio
del loro bellicoso governo…” che
sarà poi sviluppata da Dürrenmatt
nel suo “I Fisici” (1962), opera
nella quale emerge la possibilità, pensata
sino in fondo solo dall’autore, che i
fisici nel mondo e nella società d’oggi
non possono più essere eroi, né
eroi negativi, né eroi positivi.
E queste sono le stesse conclusioni di Kipphardt
nel dramma “Sul caso di J. Rober Oppenheimer”.
Anche il cinema sin dai suoi albori, pur con
le dovute differenze e con tagli artistici peculiari,
si interessa all’intreccio intellettuale
fra arte e scienza, fra cultura e sviluppo scientifico.
Da “Faust” di Friedrich Wilhelm
Murnau (1926) a “Metropolis” di
Fritz Lang (1927), a “Madame Curie”
di Mervyn Le Roy (1943), a “Il dottor
Stranamore” (1964) e “2001: Odissea
nello spazio” (1968) di Stanley Kubrick.
A seguire, e solo per citarne alcuni, “Solaris”
di Andrei Tarkovsky (1972), il “Galileo”
di Liliana Cavani (1968) e quello di Joseph
Losey (1973), “Quintet” di Robert
Altman (1978) e “Blade Runner” di
Ridley Scott (1982). Fino a “Il signore
del male” di John Carpenter (1987), “Cube”
di Vincenzo Natali (1998) e “The Matrix”
di Andy e Larry Wachowski (1999).
Con Stanislavsky (1863-1938) ha inizio un’intensa
epoca di studio, ricerca e sperimentazione sul
lavoro dell’attore e sulla sua preparazione
psico-fisica. Nel lavoro sul personaggio Stanislavsky
identifica quattro fasi (libertà dell’interpretazione
teatrale rispetto al rigore dei concetti scientifici)
che non sono freddamente concatenate ma si intrecciano,
si sovrappongono e si alternano senza una rigida
regola:
- messa a punto dei meccanismi psicofisici del
personaggio;
- ricerca delle affinità o delle incompatibilità
tra attore e personaggio;
- ricostruzione della vita affettiva, intellettuale
e fisica del personaggio, anche al di là
dei limiti del testo;
- lavoro di fantasia e di immaginazione dell’attore
nel definire la linea interpretativa, colmando
tutte quelle lacune esistenti tra la propria
personalità e quella del personaggio.
Gordon Craig (1872-1966) va ancora più
a fondo nel lavoro sul corpo dell’attore
ponendolo anche in relazione con lo spazio.
Utilizza il colore con evidenti riferimenti
simbolici, fa un uso particolare della luce
(“illuminazione a zone”), utilizza
la maschera come “unico mezzo adatto a
rappresentare l’espressione del volto”
ma soprattutto insiste sul movimento meccanico
degli interpreti che anticipa di qualche decennio
le tecniche della “biomeccanica”
e dello “straniamento”. Prende così
corpo la teoria che porterà Craig a ipotizzare
la sostituzione dell’attore – esecutore
imperfetto in quanto schiavo dei sentimenti
e dell’istinto - con la über-marionette
.
Mejerchold (1874-1940), successivamente, dichiarò
la necessità di studiare nuovi sistemi:
“L’attore unisce in sé sia
colui che organizza sia ciò che viene
organizzato (cioè l’artista e il
materiale)”. E ipotizza addirittura una
espressione matematica: la formula dell’attore.
N = A1 + A2, dove N è l’attore,
A1 è il costruttore, il quale formula
mentalmente e impartisce l’ordine per
la realizzazione del compito, A2 è il
corpo dell’attore, l’esecutore che
realizza l’intento del costruttore (A1).
Nasce così una nuova definizione dell’allenamento
dell’attore: la biomeccanica, che riunisce
una perfetta conoscenza dei meccanismi fisici
e un continuo training ginnico allo sviluppo
della potenzialità espressiva di ogni
movimento.
A seguire Jerzy Grotowsky con la tecnica relativa
all’allenamento dell’attore codificata
attraverso specifici esercizi fisici, esercizi
per la maschera facciale, la tecnica della voce,
ecc…, fa scaturire dal rigoroso dominio
di tale tecnica corporea il segno fisico del
mito che diviene forma. Il teatro come necessità
e come vicinanza dello spettatore all’organismo
vivo dell’attore. Grotowsky ridefinisce
anche l’intero atto teatrale in relazione
allo spazio.
Proprio relativamente
allo spazio, e non solo, nel 1925 viene pubblicato
il quaderno n. 4 dei “Bauhaus-Bucher”
che riassume i risultati delle ricerche del
Teatro del Bauhaus (Repubblica di Weimar) e
le esperienze fondamentali compiute da Oskar
Schlemmer, Laszlo Moholy-Nagy e da Farkas Molnar.
Esperienze estremamente ampie che studiano l’attore,
il danzatore, la marionetta in relazione alla
luce, al colore, al suono, al movimento per
giungere a modificare spazi architettonici e
scenotecnici, con attinenze e legami che cinema
e fotografia fecero proprie.
Il corpo dell’attore in rapporto con lo
spazio, la meccanizzazione, le leggi dello spazio
prismatico, le forme espressive metafisiche,
le leggi del movimento del corpo umano nello
spazio…il teatro come tecnica, che Schlemmer
codifica utilizzando numerosi concetti propri
della fisica:
- astratto, formale e cromatico;
- statico, dinamico e tettonico;
- meccanico, automatico ed elettrico;
- ginnico, acrobatico ed equilibristico;
- comico, grottesco e burlesco;
- concettoso, patetico e monumentale;
- politico, filosofico e metafisico.
Laszlo Moholy-Nagy con il concetto del teatro
della totalità (vedi lo “Schizzo
di partitura per una eccentrica meccanica”
sintesi di forma, movimento, suono, luce (colore)
e odore) e Farkas Molnar che ipotizza nuove
e innovative disposizioni dello spazio scenico
sono i precursori delle ricerche e delle sperimentazioni
odierne.
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Metamorphoses
Metamorfosi
Mate from iso
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Metamorfosi/Mate
from iso,
(nient’altro
che l’anagramma di metamorfosi) è
la riproposta del concetto di trasformazione,
di cambiamento di forma. Cambiamento di forma,
che così come avviene in natura, è
anche alla base delle teorie della fisica, in
quanto scienza che studia, oltre alle proprietà
generali dei corpi, proprio quelle leggi che
tendono a modificarne il loro movimento o il
loro stato senza modificarne la natura. E il
teatro non è forse la messinscena della
trasformazione di una serie di elementi quali
il suono (parola, musica e suono puro), la luce
(colore e immagine) e il movimento?
E la combinazione di tali elementi altro non
è che l’essenza della vita stessa,
al di là di ogni rappresentazione reale
o fantastica che sia.
…In un
ambiente tanto semplice quanto complesso, simbolo
delle contraddizioni odierne e risultato di
un evento catastrofico (un’esplosione
nucleare, una glaciazione, un terremoto, un…)
inizialmente non percettibile ma che si svelerà
poco a poco, quattro personaggi in abiti moderni,
o perlomeno in ciò che resta di essi,
seduti attorno a una strana scacchiera, sono
intenti a discutere.
Alle loro spalle e lateralmente alcuni schermi
sui quali scorrono immagini, proiezione dei
loro pensieri e dei loro incubi. Immagini che
non rispettano alcun logico montaggio cinematografico
ma piuttosto evocano, materializzandoli, suoni,
parole e colori. Utilizzando alcune tecnologie
(videoproiettori, computers, correlatori di
fase grafici, particolari effetti luminosi,
e…) vengono visualizzate onde sonore,
onde luminose, immagini fantastiche in grado
di creare una scenografia sempre nuova e diversa.
Diversa per ogni spettacolo in quanto, ad esempio,
correlata all’intensità, al volume,
all’emozione della voce dell’attore,
alla creatività e manualità del
light-designer, alla risposta del pubblico,
in un continuo rincorrersi e sovrapporsi di
piani di lettura verticali o orizzontali.
I quattro discutono, parlano, litigano, monologano,
s’interrogano su cosa la scienza e la
fisica rappresentino, il concetto del lecito,
l’atteggiamento critico nei confronti
dei luoghi comuni (?) che spesso tali argomenti
evocano, e…ma non sono loro a parlarne,
le parole che escono dalle loro bocche (contemporaneamente
visualizzate sugli schermi a mo’ di onde
sonore) altro non sono che i pensieri, i concetti
e le riflessioni di Galileo, di Faust, di Oppenheimer,
di Prospero, di Einstein…
Una sorta di rito collettivo nel quale uno dei
temi cardine della nostra esistenza - i confini
della conoscenza - sarà indagato e sviscerato
per giungere, forse, a formulare una ipotesi
di società in cui scienza e arte convivano
armoniosamente.
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ideazione e coordinamento
generale del progetto Antonio
Massena
drammaturgia, movimenti
coreografici e regia Maria
Cristina Giambruno
scenografia e drammaturgia
degli spazi Alessandra
Amicarelli
costumi e attrezzeria
Velia Gabriele
realizzazione filmati e
immagini Giada Centofanti
light-designer Corrado
Rea
suono e musiche originali
Raffaello Angelini
regia video Raffaello
Mastrorilli
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Teatro San Filippo - c.p. 153 - 67100 - L'Aquila
tel 0862.441200 interno 15 - uovotsf@tin.it
Partita I.V.A. 00232820662
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